Fergus Fippeau

Arte · Viaggio · Libertà

Fergus Fippeau

Cerco ciò che rimane dei luoghi quando chiudo gli occhi. E ciò che ci tiene insieme, anche quando sembriamo lontani.

Entro nel racconto
Pigmenti d'ambra, ruggine e verde minerale si diffondono sulla carta, come la memoria di un profumo.
Una geografia invisibile01 / Memoria

Sono un'identità artistica in movimento. La pittura, il viaggio e la scrittura sono modi diversi di cercare la stessa cosa: le relazioni nascoste tra le cose.

Fergus Fippeau è un progetto d'autore che intreccia arte e immaginazione biografica. Questo è il mio racconto: origini, luoghi attraversati e pensieri ancora aperti, tra libertà individuale, caos delle civiltà e attrazione.

Oggetti in viaggio.
Parole nei secoli.

Mi chiamo Fergus Fippeau. Sono nato il a Tangeri, in Marocco, da padre francese e madre italiana.

Mio padre importava tappeti e tessuti, muovendosi tra il Nord Africa, la Francia e il Mediterraneo. Mia madre studiava lingue antiche e sistemi di scrittura, cercando nelle parole le tracce delle civiltà che le avevano create.

Sono cresciuto tra oggetti che viaggiavano e parole che attraversavano i secoli. Forse è per questo che non ho mai avuto un rapporto semplice con il concetto di confine.

La mia infanzia è stata fatta di partenze. Marocco, Francia, Italia, Grecia, Spagna, Turchia. Scuole diverse, lingue diverse, regole diverse. Ciò che in una città sembrava naturale, in un'altra poteva apparire assurdo. Ho imparato presto che molte delle cose che chiamiamo naturali sono abitudini. E le abitudini, quando dimentichiamo che lo sono, possono diventare dogmi.

Ho sempre avuto un carattere ribelle, ma non mi interessava infrangere una regola soltanto perché esisteva. Volevo capire perché esistesse. Se la risposta era ragionevole, potevo accettarla. Se era semplicemente «si è sempre fatto così», iniziavano i problemi.

Il rispetto delle persone, però, non è mai stato in discussione. Si può mettere in dubbio un sistema senza umiliare chi ne fa parte. Si può essere radicalmente in disaccordo restando educati.

Abitare il mondo.
Non collezionarlo.

Da adulto ho continuato a muovermi. Ho vissuto o trascorso lunghi periodi a Parigi, Istanbul, Lisbona, Berlino, Alessandria d'Egitto e Buenos Aires. Ho attraversato il Maghreb, l'India e parte dell'America Latina.

Non viaggio soltanto per vedere monumenti. Mi interessano i mercati, le stazioni, i porti, le periferie. I luoghi nei quali le persone non stanno rappresentando una cultura, ma semplicemente vivendo.

Osservo come si incontrano, commerciano, litigano, aspettano, si aiutano. Come occupano lo spazio. E soprattutto osservo ciò che si ripete: dietro differenze enormi emergono spesso comportamenti sorprendentemente simili.

Una stazione. Un cortile. Una finestra aperta.
A volte basta questo per cominciare a capire.

Porto con me più taccuini che fotografie. Disegno mappe che non rappresentano soltanto strade, ma passaggi di persone, merci, idee e desideri. Molti luoghi entrano nel mio lavoro senza comparire mai nelle mie opere.

Ogni luogo ha
una firma invisibile.

Ogni città ha un odore. Non necessariamente piacevole, né facile da riconoscere. Ma capace di annunciarsi prima di qualsiasi immagine.

Accade come quando entri nella casa di un amico o di uno sconosciuto. La porta si apre e, per un momento, sei investito da una presenza: legno, cucina, tessuti, sapone, umidità, libri. Forse un animale, forse il profumo di qualcuno che è appena passato.

Non riesci a separare tutto. Eppure sai che quell'insieme appartiene soltanto a quella casa. Dopo un po' quasi non lo senti più. Ma l'odore continua a essere lì. Con le città, per me, succede la stessa cosa.

Tangeri

Nella mia memoria: sale, polvere, pesce, tè. E qualcosa che arriva dal porto, senza chiedere il permesso.

Istanbul

Il mare, le spezie, il carbone, il caffè. L'umidità trattenuta dalle pietre.

Parigi

Pane, metropolitana, pioggia sull'asfalto. Profumi costosi e cucine arrivate da continenti diversi.

Buenos Aires

Carne sulla brace, alberi, benzina, caffè. L'aria dei vecchi edifici.

Alessandria

Un odore che riconosco come mediterraneo, senza confonderlo con quello di nessun'altra città.

Non sono definizioni dei luoghi. Sono ciò che ne conservo. Anche di un paese mi resta talvolta un'impressione olfattiva, mai uniforme: cambia da una strada all'altra, da una stagione alla successiva. Eppure basta scendere da un aereo perché il corpo abbia già capito di essere altrove.

Clima, cibo, materiali, vegetazione, acqua. Perfino il modo in cui si aprono le finestre. È una geografia invisibile che impariamo per un breve intervallo, prima che l'abitudine la faccia scomparire.

Forse una parte del viaggio consiste proprio in questo: restare abbastanza aperti da sentire ciò che, di lì a poco, ci sembrerà normale.

Ogni goccia è incerta.
Il fiume, meno.

Da anni mi accompagna una domanda: la storia è veramente caotica? Una scelta politica, una crisi, una migrazione o un'invenzione possono modificare improvvisamente il corso degli eventi. Ma allargando lo sguardo emergono ricorrenze.

Le società si aprono, crescono, si convincono di essere stabili. Poi arriva la paura. La paura produce controllo, il controllo genera insofferenza, l'insofferenza apre una trasformazione.

AperturaCrescitaPauraControlloTrasformazione

Non penso che la storia si ripeta meccanicamente, né che si possa prevedere con un'equazione. Mi interessano le sue traiettorie probabili: le correnti che diventano leggibili quando osserviamo insieme economia, cultura, tecnologia, desiderio e paura.

Milioni di decisioni individuali producono movimenti che nessuno ha progettato. Come il profumo di una città: non ha un solo autore, ma esiste. Il mio lavoro nasce dal tentativo di guardare contemporaneamente il dettaglio e il sistema. La persona e la folla. Il caos e la direzione.

Nessuna visione
obbligatoria.

Il tema che attraversa quasi tutto ciò che faccio è la libertà individuale. Mi interrogano soprattutto i condizionamenti che riescono a convincerci di non esserlo.

Religione, politica, tradizione, identità, perfino una certa idea di modernità possono diventare strumenti di controllo quando smettono di proporre una visione e cominciano a pretenderla da tutti.

Diffido di qualsiasi sistema che voglia stabilire come una persona debba vestirsi, amare, parlare, credere o organizzare la propria vita, quando le sue scelte non danneggiano gli altri. Per me il problema non è soltanto il contenuto dell'imposizione. È l'imposizione stessa.

È anche per questo che osservo il rapporto tra politica e conflitti culturali. Lavoro, salute, istruzione, disuguaglianze e infrastrutture sono problemi difficili: richiedono tempo, competenza e soluzioni spesso imperfette.

Un vestito, una parola, un simbolo possono invece creare due schieramenti in pochi minuti. Quando la discussione pubblica si concentra ossessivamente sui comportamenti individuali, mi chiedo quali problemi collettivi siano scomparsi dalla conversazione.

Non credo in una società perfetta, né in individui senza contraddizioni. Credo che le istituzioni debbano impedire a una visione del mondo di diventare obbligatoria per tutte le altre.

Tra ciò che costruisco
e ciò che accade.

Non sento il bisogno di appartenere a uno stile preciso. Dipingo, disegno, fotografo, compongo immagini. A volte parto da forme geometriche. Altre da volti, città, mappe o colori che sembrano non poter convivere.

Mi interessa la tensione tra ordine e disordine. Tra qualcosa che sembra costruito e qualcosa che sembra accaduto per caso.

Le forme si avvicinano, si respingono, si sovrappongono. Una linea interrompe una figura, un colore ne raggiunge un altro. A volte trovano un equilibrio inatteso. Altre volte la distanza resta aperta.

È così che i luoghi, le persone e i pensieri entrano nel mio lavoro: non come illustrazioni di una teoria, ma come presenze che continuano a modificarsi a vicenda.

Ciò che esiste
non è mai soltanto.

Negli ultimi anni torno spesso al concetto di relazione. La fisica descrive quattro interazioni fondamentali: gravitazionale, elettromagnetica, nucleare forte e nucleare debole.

Non sono un fisico e non propongo una teoria alternativa. Queste interazioni non sono tutte semplicemente forze di attrazione. Mi interessa ciò che suggeriscono sul piano poetico: l'universo non è fatto soltanto di cose, ma di relazioni tra cose.

Un corpo influenza un altro corpo. Una particella interagisce con un'altra. Un pianeta rimane legato a una stella. E noi passiamo gran parte della vita cercando qualcosa verso cui muoverci.

Non soltanto l'amore romantico. L'amore come relazione tra persone, luoghi, idee e generazioni. Tra ciò che siamo e ciò che ancora non conosciamo. Una metafora unificante, il tentativo di pensare l'esistenza senza separarla dai suoi legami.

Continuo a cercare.
E a cambiare idea.

Continuo a viaggiare, osservare, lasciarmi contraddire. Modificare una convinzione quando incontro qualcosa capace di metterla in discussione non mi sembra un cedimento. Mi sembra una forma di libertà.

Cerco connessioni, ricorrenze, movimenti, profumi. Qualcosa. Qualcuno. Un luogo, un'idea, una possibilità. Forse gran parte della nostra storia nasce semplicemente da questo movimento.

Fergus Fippeau

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